sabato 31 dicembre 2016

Storia di due che conoscevo

Guarda basso, non gli trema la voce e nella sua stupidità dice: “Ti ho amata per fare invidia ai miei amici”.
Sto scendendo al fondo, quasi lo tocco. Dei tuoi avanzi farò musica, il tuo trofeo stanotte ulula.
Hai il nome di Petrarca ma sei Laura e come una paranoia vivi anche da morta. Correggo il ricordo di un amore apocrifo e non ho colpa: se questa merda è un Canzoniere io le voglio dare gloria.
Cerchi conforto in una festa e una bambola: mi tieni come un vanto ma in un angolo e fai l’amore solo con la birra.
Scrivo storie appoggiata al bancone ma se te le racconto mi dai sempre della stupida.
Non sei nessuno per scrivere” dici, e ti riaccompagno a casa sbronzo.
Lui è il cocco di famiglia, così leccato e viziato che l'onore è tuo se gli stai accanto. Ha stile, non puoi rifiutarti di servirlo; non conosce il significato della parola “reciproco”.
Non provare ad amarlo, non lo vuole veramente.
Dice una cosa e poi l'opposto, perché non ama che se stesso. Vuole averti ma non vuole darsi. È così confuso e ambivalente che ti disorienta. Dice che sei importante e il giorno dopo che non conti niente; dice Stasera stiamo soli”, poi t'invita a cena in trenta. Giura su Dio sapendo che non manterrà la promessa, e comunque promette cose che nemmeno capisce. Parla di un futuro dove tutto è possibile ma che non esiste. Ha un casino dentro da decenni ma dice che il casino glielo faccio io. È cieco e incontentabile, vede solo in negativo. Invidia ma vuole essere invidiato. È geloso marcio ma è colpa tua se non si fida. Lo lasci mille volte e mille volte torna e supplica. È un mago della colpa: che è sempre tua, mai di entrambi o solo sua. Quando l'entusiasmo gli svanisce, ed è sicuro di riaverti, torna a guardare Youtube sul divano. A casa di babbo. Non vuole perderti ma non vuole neanche prenderti. Per lui tutto è lecito, non ha mai rimorsi. “Dovresti essere così e vestirti così” e ti fa il ritratto spiccicato di sua mamma. Con lui non puoi avere amici, goderti l'intimità, stare in pace, parlare con sincerità, aiutarsi l'uno con l'altra. Ogni volta che organizziamo qualcosa trova il modo di far scoppiare una guerra. Certo, ha diverse qualità ma le sopravvaluta. Devi trattarlo come un idolo - tutto ruota intorno a lui - ed è lì che sbaglia. Ha due facce: tratta tutti bene in generale e male te che gli sei accanto. Dice anche cose molto brutte, per esempio che a te non vuole bene nessuno e che a lui gliene vogliono tutti. Non lo fa per cattiveria, lui ci crede veramente. Vive del consenso degli altri; ha bisogno di ammiratori e di applausi. Deve distrarsi da ciò che sente dentro ma si annoia ovunque. Ti usa per alzarsi l'autostima e ti abbandona appena lo ricarichi. Di come stai o di cosa vuoi non gli importa, non se lo chiede neanche. Non c'è mai per te. Mai. Non importa quale sia il problema, non lo riguarda. Pretende ma non dà niente, e usa le tue reazioni di rabbia e frustrazione per dirti che stare con te è impossibile. Provi a capirlo, di più e meglio, ma stai soltanto superando il limite che gli farà chiederti di più la prossima volta. Devi curargli l'ego e il lutto, ma senza indagare troppo. Vuole sfoggiarti come un vestito nuovo, ama il modo in cui lo illumini. Ti cerca solo per le feste e a un certo punto te ne accorgi. È lì che diventi l'antipatica che a lui fa comodo lasciare credere. Lo accompagni ovunque ma non contraccambia. Non ama te ma il modo in cui si sente accanto a te, e il modo in cui lo fai apparire in mezzo agli altri. Dice che se sta con te poi gli faranno il filo tutte. Ama essere un dolore, monopolizzare la tua attenzione, ascoltarsi pronunciare parole d'amore. Chissà che effetto provoca. È lui che detta le regole, abìtuati: ti dà buca ma poi ti porta un fiore, non risponde al telefono e ti mette in punizione. Vacci in punta di piedi: gentile con il suo babbo, accondiscendente e ossequiosamente sacrificata ai suoi bisogni. Stai attenta a raccontargli i tuoi progetti: te li distrugge. Meno bella ti senti più può approfittarsene. Adesso potete smettere di chiedermelo: è questa la fine che ha fatto Via Gadda. A letto non provarci neanche: si fa come dice lui, sempre, e ignorandoti ti offende. Un giorno gli viene voglia di un figlio, non ti dice niente e va a diritto. Non è normale non parlarne insieme – giusto? - ma lui ti rassicura: “Tanto c'è l'aborto”. Dalla tristezza ti si sballa il ciclo, hai il vomito mentre i Sonics suonano. Dice che sei tu a dargli insicurezza; e che non piaceresti mai a sua mamma.
Quando chiudi fa sempre, tragicamente, la vittima. L'emozione è sincera ma è sull'onda del momento, non è un sentimento. “Ti amo” significa “Ti amo in questo momento”. Parla sempre dei domani: ristrutturerà casa, meglio se l'affitta, anzi no, la compra. Farà in fretta, perciò non importa che intanto tu ti trasferisca da sola. Non arrabbiarti se poi rimane al punto di partenza: non può abbandonare suo padre, non lo capisci? È così smarrito, i problemi sono tanti, sei proprio una stronza se lo lasci.
Sei fortunata: non troverai mai nessuno migliore di lui perché amarti è difficile. Ha l'aria di uno che non ha mai pagato le conseguenze di ciò che dice. Ogni volta che entri in casa sua ti viene l'ansia: non-hai-gara-con-la-sua-famiglia. Suo padre ti dice come comportarti con il piccolo principe: “Digli sempre di sì e dagli ragione su tutto”. Rimanere è tossico: niente di ciò che fai o dici sarà mai abbastanza buono. Non si è mai impegnato in niente, perciò non sa riconoscere l'impegno degli altri. Gli dici quattrocento volte al giorno che può cambiare lavoro, deve solo provarci: passi le sere con lui a incoraggiarlo e mandare curriculum, e non molli finché non ci riesce. Questo - sono sicura – è l'amore. Ma lui vuole che tu smetta di scrivere, è sicuro che non ti riesca. Piano piano, senza che te ne accorga, ti convince. Quando però ti riprendi e te ne vai racconta che a soffocarlo eri tu. Cioè, non è che lo dice, lo lascia solo credere. È un vigliacco: lo era prima, figuriamoci adesso. “Le cose non sono come sembrano” dico, rotolando mesi interi nella merda.
Stare con lui è un affanno e uno struggimento e questo – sono sicura – non è l'amore. A guardarti indietro sai di avere amato un'illusione che non ti ha voluto bene un giorno. “Mi piaceva farti vedere in giro”, è così che dice. Però è proprio lui che non ti ha vista: né te, né il tuo amore, né il dolore che ti dava né come sia sempre stata tu ad andargli incontro.
Ti ha mai amata veramente? Ha amato le fantasie su una vita che gli piaceva immaginare in quel momento, e l'idea di avere finalmente trovato qualcuno che lo amasse incondizionatamente e ignorasse i suoi difetti, che sono tanti. Ma non ha mai fatto un passo avanti.
Apro Facce di Fucecchio, mi riprendo la voce e l'entusiasmo. “Un'inutile perdita di tempo, che non ti porterà mai a niente”, così lo definiva. Cambio casa, cambio zona e aria. Mi piace la luce che c'è la mattina in cucina e che il telefono lì non abbia campo. Ma sono innamorata persa. Dice che esce con un’altra ma pensa a me tutto il tempo. Una sera andiamo a cena e sono bellissima – giuro, quella volta me lo sento – ma non mi guarda affatto. Il giorno dopo andiamo all’Elba, di nascosto. Mi dà un anello ed è lì che mi sveglio. Dice che lo ha preso perché ci tenevo tanto e che, comunque vada, posso tenerlo. Una settimana dopo avremmo dovuto sposarci: in chiesa come voleva sua mamma, il giorno del matrimonio dei suoi nonni. Ma suo padre gli ha detto di non farlo. È il 27 agosto del 2016; dice che, se sono incinta, non si fida che quel figlio sia suo. Riattacco il telefono. Per sempre.
Adesso, quando m'incontri, non guardarmi come se niente fosse, non cercarmi. Non esisti più per me e mi dispiace per te, perché per te ho trascurato l'egoismo tuo e di tuo padre, la vostra incapacità di accogliere e amare chiunque al di fuori di voi stessi. Ciò che sei per me, adesso, è una cicatrice, un ricordo che vorrei svanisse il più velocemente possibile. Ci ho messo mesi a risanare i danni intenzionali che mi hai fatto. Non me ne sono accorta guardandoti, me ne sono accorta da ciò che lasci. Distruggi tutto il bello e il buono che hai intorno, pensando che non provare emozioni sia un vantaggio in questo mondo. La cosa più difficile da lasciare andare è stata la riluttanza ad accettare ciò che già sapevo: che non mi ami, mai l'hai fatto e mai lo farai. Che ogni momento - tutto quel tempo in cui pensavo davvero ci stessimo venendo incontro - era dettato dalla vanità patologica di un narcisista avido.
Torna da chi ti lecca il culo, è l'unica cosa che ti piace. E bevi più che puoi, così magari ce la fai davvero a morire.
Questa è la storia di due che conoscevo, o almeno è quello che racconta lei.




domenica 29 maggio 2016

Storia di due che si lasciano

C’era un ragazzo e poi l’ho perso. Batto i tasti per trovarci un capo, le parole, un verso. Se mettessi tutto in fila potrei guardarci dentro, capire ciò che prima non capivo. “Fanne arte” mi dicono, “stendile su carta e vendile”. Le parole: le vuote sterili maledette parole, leggerle è facile ma sono sangue se sei tu a scriverle. Le parole non mi hanno mai protetta, hanno devastato e sciupato e io non le ho mai scelte. Datemi retta: le parole rovinano, sono una latrina guasta e intasano i nervi, sono fatte del niente di un nulla che suppongo per pura arroganza. Le parole fanno più male della speranza, da loro non si caverà mai del buono. Le scrivo in guerra, arruolata fuori tempo massimo. Guardo le altre ragazze, le vedo serene, io invece stringo in mano un’arma e la carico. Ogni volta mi dico di smetterla ma ogni volta le parole tornano e sono loro a darmi la penna. Vorrei starmene ferma e zitta e invece le seguo, mi metto a scriverle. “Dormi, non scrivere” diceva il mio ragazzo “le parole ti logorano, fai altro”. Ma io ho una musica in testa e devo sistemare le parole in fretta e in metrica, farle nette, spedite e poi lucidarle tutte quante. “Dormi, non scrivere” e io invece a non dargli retta. Ho fatto la mia corsa fino in fondo e poi, a un certo punto, l’ho perso. Le parole: le sante squallide parole mi hanno fatto i nidi sotto le tempie, hanno bruciato tutto. Le parole sono una disgrazia, non mi abbracciano la sera, sono un tarlo malato che mi sfianca e riaizza. “Sei tutta nervi” diceva il mio ragazzo “mangi il doppio di chiunque per poter reggerti in piedi”. Le parole: le vigliacche boriose stupide inutili parole, giurano di darmi il meglio ma non fanno che pretendere il mio tempo. “Sì ma tu sai scriverle” mi dicono gli altri, “vai avanti, perché a noi piace tanto leggerle”. Sì, ma io quando le scrivo digrigno i denti, sono sola e piango, se devo lasciarci la pelle non ne vale la pena. Mille volte farei il cambio: ridatemi il mio ragazzo, il suo sorriso e la sua buonanotte. Ridatemi i biscotti e i fiori, violente squallide sterili inutili parole.

E le parole, le vuote bugiarde vigliacche parole, adesso che mi servono spariscono. Non mi sospirano l’ispirazione, non saltano sul foglio, non mi aiutano con il dolore. Le parole non mi consolano, le parole non mi bastano, dalle parole ho troppe parole, per colpa delle parole ho il suo silenzio. Le parole mi lambiscono ma non mi danno che metafore e io delle metafore che cosa me ne faccio? Forza parole, tenetemi stretta, avete vinto, ho tutta la notte per voi adesso. Non ho più nessuno da incontrare, nessuno che mi aspetti, possiamo batterci finalmente: sfinitemi. Fatemi vedere quanto valete: venite piene d’idrocarburi, fatevi petrolio, datemi spago e datevi fuoco, salite e pompatemi l’ego. Voglio vegliarvi fino a domani: prendete la mira, spruzzatemi il virus. Datemi un buon rigo, datemi mine, scrivetemi storie che possa rileggere, voletemi bene. Non ho più nessuno che mi tenga per mano e per voi, per ogni virgola, in ogni punto ho sofferto come un cane.

lunedì 9 maggio 2016

Virgo è viva


Sono pronta. 
Ho fatto del mio meglio e non ho più paura.
A rileggerle tutte insieme mi sono accorta che io non scrivo storie, fabbrico bombe. 
Vi consiglio di venire in assetto da guerra: portatevi scudi, anfibi militari e un elmo.
Non sono pacifica e non vengo in pace.
A domani!

martedì 15 marzo 2016

Un hidalgo polacco


Conrad scrive che la vita è visione, e sogno.
Che le distese oceaniche - i porti della Malesia, dell’Australia, l’India e il Congo - sono specchi e che l’uomo è un ordine. Minia i paesaggi, come uno che fa mosaici alle inquietudini: guarda dentro e guarda tutto, sa che farne dell'enigma. Cerca il valore ideale del mondo ma scopre che il mondo è un faticoso pellegrinaggio fra tracce d'incubi, e ciò che prova a scrivere è l’ideologia di tenebre che permette agli uomini di sopravvivere. Tenta la moralità dell'arte, l'universalità del suo appello; aspira alla solidarietà fra gli uomini. Scrive di solitudine e vocazione alla colpa, di dettagli che cambiano la potenza delle immagini. Scrive che il progresso è uno sterminio e Londra più spietata dei tropici. Scrive romanzi che sono laboratori di teorie alternative ma non crede nelle azioni politiche: non giustifica l'Impero, l'ambiguità del consenso, l'ambizione violenta

Malgrado il proprio debito verso il popolo inglese - che lo accoglie, gli dà un posto in cui vivere e riconosce il suo talento - Joseph Conrad è un polacco: Jozef Korzeniowski, nato a Berdicev, Ucraina, nel 1856 come Freud, o nel 1857 come Les fleurs du mal e Madame BovaryFiglio di una donna morta di stenti e di un poeta imprigionato per avere tentato l'insurrezione armata contro la spartizione della patria; e nipote di Nicholas, giustiziato dallo zar.
Nessun bambino ama le cause nazionali se ha passato l'infanzia vestito a lutto.
Appena può decide la grande avventura. Raggiunge Marsiglia, trova lavoro su un veliero francese. Si apre a tutte le esperienze perché non ne ha nessuna. Viaggia per vent'anni. Dicono che contrabbandò armi, che perse la testa per un'avventuriera basca amica dei carlisti e che provò ad ammazzarsi.
Il suo sogno è essere marinaio su una nave inglese: s'imbarca per Costantinopoli e al ritorno scende a Lowestoft, Inghilterra. Torna a bordo con tutte le opere di Shakespeare.
Viaggia a oriente.
Impara l'arte della navigazione: la precisione, il coraggio, la responsabilità, la devozione.
Tiene un diario: annota dati tecnici e poi, sempre più fitte, impressioni disgustate sull'avidità dei bianchi e sulle sofferenze degli indigeni, sull'orribile freddezza meccanica con cui gli uomini vengono uccisi.
L'isolamento, la corruzione, la mancanza di pietà e di rimorso sono le trame dei suoi libri; crea una coerente e tetra visione del mondo. Il mare del Sud è un mito, i personaggi dei suoi romanzi simboli. Però sono realmente esistiti.
A trentaquattro anni, con un brevetto da capitano della marina mercantile britannica che non gli serve a niente, è a Rouen, su una nave bloccata dal ghiaccio che non parte. Sta sottocoperta, pensa a Flaubert e inizia a scrivere. In inglese, lentamente. Nessuno ha vissuto più selvaggiamente di lui - scrive Gide - per poi sottoporre la vita a una paziente, cosciente, elaborata trasmutazione in arte. 

Questa è la storia del più grande scrittore del mondo, rampollo di nobili e nomade. Scrive che scrivere è un'impresa, come la conquista di una colonia; e costruisce mondi delle possibilità contrapposti a quelli della storia. Se non scrive mai della Polonia è perché ha una visione sconfitta della vita, estranea alla lingua che usa. 

Per Said nessuno ha rappresentato il destino dello smarrimento e del disorientamento meglio di Conrad e nessuno fu più ironico riguardo al tentativo di sostituire questa condizione con adattamenti e accomodamenti. 
L'assenza di ideologia gli fa capire il presente, la sua natura non monolitica e incerta: il potere è solo illusoriamente onnipervasivo, la sua realizzazione totalitaria impossibile.
I suoi romanzi sono pieni di voci e di esuli: la molteplicità di punti di vista impedisce la realizzazione dicotomica della logica imperialista.
Lo spazio dell'immaginazione è il regalo che Conrad vi fa ogni volta: usa l'anarchia della disgregazione linguistica, la rifrazione multipla.
Vedere l'intero mondo come una terra straniera rende possibile un'originalità di prospettiva. La maggior parte delle persone conosce una cultura, un contesto, una casa; gli esuli ne conoscono almeno due. 

Conrad ricostruisce la vita errabonda della propria coscienza, resta fedele a se stesso diventando un altro, riconcilia il passato nel presente, tenace al comando di una nave, a volte, o di una riflessione introspettiva, sempre.
Segue l'evoluzione del modo in cui ha conosciuto se stesso, i ricordi testimoniano la sopravvivenza al mondo: è un addestramento sistematico e volontario, appreso in mare, dove nessun uomo, neppure la feccia, è disumano (e questa è la cosa peggiore). 

venerdì 4 marzo 2016

Uno a zero

Un afoso giovedì di maggio studi Lezioni sulla società industriale di Raymond Aron ma non studi veramente e la mattina dell'esame spegni la sveglia e ti riaddormenti.
Non è un gesto premeditato, non è neanche un gesto, è un gesto che non fai, un'assenza di gesto.
Rue Saint-Honoré si riempie di traffico, i negozianti tirano su le serrande e tu non ti muovi né ti muoverai di un centimetro. Non ti alzi, non ti lavi, non ti vesti. Non vai a scrivere su nessun foglio protocollo ciò che sai e ciò che pensi, ciò che bisogna pensare sull'alienazione, sugli operai, sulla modernità e il tempo libero, sui colletti bianchi e l'automazione, su Marx rivale di Tocqueville e Weber nemico di Lukàcs.
Il sole batte alla finestra ma la finestra è chiusa e tu non hai fretta.
Hai venticinque anni, bevi nescafé freddo e non prenderai mai la laurea perché qualcosa in te si è rotto.

Un uomo che dorme di Georges Perec è la storia di uno che resta disteso sul letto, guarda le crepe sul soffitto e scopre, senza sorpresa, che c'è qualcosa che non va in lui e cioè che non sa vivere.
La magnifica marcia è distrutta, non ha più illusione prospettica e mentre tutti vanno avanti lui diserta.
Eviterà le domande, mancherà gli appuntamenti, non aprirà più la porta, non aprirà più la posta.
Pensa a un altro che prima di lui a New York fece lo stesso: Bartleby, lo scrivano che non scriveva di Melville.

Se solo l'appartenenza alla specie umana non fosse accompagnata da quest'insopportabile frastuono, se solo i pochi, ridicoli passi avanti compiuti nel regno animale non si dovessero pagare con questa perpetua indigestione di parole, progetti, grandi partenze! Il prezzo è troppo salato per due pollici opponibili: questo mare di obblighi a non finire.

Durare è l'unica cosa che resta: aspettare, dimenticare; non agire, non lavorare. Azzerare. Proteggersi con un'atarassia apatica: imparare il silenzio, la solitudine, la trasparenza. Perdere tempo, tenersi lontano da ogni progetto: dormire giorni interi, andare al cinema. Lasciare disfarsi i calzini in ammollo. Leggere Le Monde riga per riga - le previsioni del tempo, le quotazioni in borsa - ciondolare. Nessun'agenda, solo un flipper e una cancrena. Che i giorni finiscano e il tempo scorra, che soltanto il sollevarsi della cassa toracica e il battito del cuore testimonino ancora del tuo paziente restare in vita.
Se all'inizio è fatica poi il torpore anestetizza. Vagare per Parigi come in un deserto isterico di ghisa, alla deriva. Sei un paria sonnambulo, un imbecille ectoplasma fantasmatico.
Sei libero come un topo ma ti svegli in preda al panico.
Poi c'è un giorno, dopo tanto, in cui guardi i marciapiedi allagati di Place Clichy e aspetti che spiova.
Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente. Non sei morto. Non sei impazzito. L'indifferenza non ti ha reso differente. 
Eri solo, tutto qui.

lunedì 17 novembre 2014

Un anno di appunti e di ieri

Due occhi soli non mi bastano e neppure uno magnifico come succede all'oracolo. Vorrei cento, mille, voglio tutti i vostri occhi.

Jack London scriveva di mattina, lo stesso numero di battute ogni giorno, stava al tavolo finché non finiva e pranzava, poi si metteva a leggere.
Wittgenstain scriveva di nascosto, in guerra, ma se è per quello lo faceva anche Cesare.
Alcuni con il proprio vero nome, altri sotto pseudonimo.
Elsa Morante iniziò a scrivere da bambina e già si credeva grande.
Qualcuno copiava, come Petrarca e D'Annunzio.
Montaigne, negli Essais, fa il blogger.
Pensate a come doveva essere Dostoevskij mentre scriveva, pensate a come doveva essere Voltaire. Qualcuno ha scritto le Filippiche, qualcuno le apologie. Kazan scriveva mentre faceva film, Moravia scriveva come un film, in montaggio scarno, riprendeva le immagini dagli angoli. Cervantes scriveva in galera, Niccolò Foscolo in esilio e anche Dante, e prima erano buoni e poi sono diventati cattivi. Fenoglio fu partigiano, perché gli scrittori sono gli unici figli di puttana a cui interessi davvero qualcosa. Così almeno sostiene Vonnegut.
Nelle proprie memorie Louise Bourgeois scrive che l'unica vera arte che ha praticato tutta la vita è stata l'arte di combattere la depressione e la dipendenza emotiva.
Per Calvino gli scrittori dovrebbero essere spietati per giovare davvero agli uomini, per Pavese l'arte vuole un così lungo travaglio e macerazione dello spirito, un tale incessante calvario di tentativi che per lo più falliscono che si potrebbe classificarla fra le attività anti-naturali dell'uomo.

Una volta avevo sedici anni e ho scritto un libro che iniziava così:

Scrivere è dono sacrale infuso a male e si scrive per sé, chi non scrive per sé è un mercante di parole. Perché scrivere non è niente da vendere, scrivere non è parola, scrivere non è scrivere. Scrivere è invisibile, scrivere è sporco, scrivere è al banco di birra in silenzio. Scrivere ha mani vizze, scrivere non sta bene, scrivere è in coma. Scrivere è in un minuto, scrivere è lampo, scrivere non è un bell'affare. Scrivere non sta seduto, scrivere non nasce, scrivere è sotto terra. Scrivere non ha che fare, scrivere incupisce, scrivere è da pazzi. Scrivere è crampi allo stomaco, è crampi alle mani, è blocco mentale alla sorgente. Scrivere non regala niente, scrivere non riempie, scrivere succhia e asciuga e ha la milza dolorante. Scrivere ha la bronchite, scrivere ha un gran mal di testa, scrivere ha una strana vescica. Scrivere non paga l'affitto, scrivere è nudo, scrivere è isterico. Scrivere elemosina, scrivere è una grossa puttana con gli alluci affettati. Scrivere è al ricovero, scrivere è all'ospizio, scrivere è fuori corsia; scrivere è orfano. Scrivere non si sveglia, scrivere russa forte, scrivere non ama. Scrivere ha le serrande, scrivere è cibo scaduto, scrivere se lo mangiano le lucertole. Scrivere è a pezzi, scrivere mente, scrivere è da lasciare stare. Scrivere perde, scrivere non gioca, scrivere è una puntata sbagliata.
I mercanti di parole hanno un gran bell'aspetto e gli zuccheri nel sangue, però.

Penso le stesse cose ancora adesso e mi piace ancora come suonano, anche se oggi non saprei riscriverle.
Quel libro ha tanti anni, questo blog invece ha un anno, oggi.

lunedì 8 settembre 2014

Settembre è una perifrastica attiva

Questo è un pezzo sugli antidoti per gli afoni, fate parte della razza?

Per me funziona così: scelgo un tot di parole per volta, le conto in numero dispari, le unisco. Ne uso tre se sono felice, sette se nascondo una chiave, nove se ho scampato un pericolo.
Non è una cosa semplice rendere nel modo più preciso la musica che ho in testa.
C'è questo schermo bianco e io piegata in avanti che batto, non muovo la cassa toracica, non so se respiro. La tastiera è piccola, fra i polsi. Scrivo poco, cancello. Mi piace la lettera V, la sintesi, la frase minima.
La gente non è stupida.

Scrivere qualcosa dove ci sia silenzio dentro è ciò che voglio. Un posto dove ci si senta come da piccoli, pronti a vivere tutto. Quello sì che è bello. La camera immensa, l'aria bianca, i buoni propositi.

Non so come sia successo avere sempre voluto questo.

Ho regole che non dico. Ascolto le vocali, seguo la grammatica, so qual è la politica. Leggere i libri è la prima delle regole che so sullo scrivere. Lo avete letto Petrarca con quel suo modo di farti piangere a metà verso? Lo avete letto Campana? Non sapevo usare i due punti prima di impararlo da Sartre.

Scrivo sempre come facevo da piccola ma le parole adesso sono repliche.

Poi però succede così, di nuovo: rimando tutto dall'inizio, metto a fuoco i dettagli, scopro i lacci della storia. Scrivo al tempo presente. Quando ho un ritmo inizio a dargli forza, così:

C'è una ragazza sola in una stanza, poca luce, spalle basse. Scivola veloce sopra i tasti. Scrive frottole, sberci, prosa strana fatta a versi. Crede di potere pompare le parole quanto vuole, metterci dentro rabbia-missile e colpire. Sa cosa dire, cerca solo il modo. Va di furia, va di ritmica. Ti manda in orbita la retina se solo vuole, ti manda in paranoia, ti mette microchip di friccichi e ti stona. Ci mette del cicabum da tacco, tre fusa di falangi, due strida fatte a scale, due om, tre sci, un medio sotto al naso che fa no no no no no. Però forse è meglio se ve la tengo lenta e lunga ancora un po'.

Non scrivo più le cose di una volta, ho il dominio della rabbia. Prima a scrivere ci passavo le notti e una volta, all'alba, avevo fatto una poesia bellissima, a penna. Aveva tutto dentro. Le altre poesie le ho buttate, conservo solo quella. Ve la racconterei se sapessi dove l'ho messa.
 
Ho fatto la mia strada. Ho tolto le virgole, uso meglio i punti. Continuo a cercare di conoscere le cose, alla svelta. Mi diverto, come si diverte una che non può tornare indietro. Preferisco le parole a tutto il resto. Mi piacciono i suoni, il modo in cui una A ti allarga la frase e la U assomiglia all'amore. Ho quaderni scritti fitti, elenchi di verbi e di nomi. Uno di questi giorni ci scarabocchierò qualche congiunzione in mezzo e ne tirerò fuori una storia. Non è difficile, ci vuole solo tempo.
Ma faccio presto.